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"H2Odio" di Alex Infascelli

 
Il cinema italiano non è in forma. Alterna risultati più o meno incoraggianti ma non riesce, ormai da anni, a raggiungere uno standard di qualità tale da poter essere esportato all’estero con successo e continuità. Il malessere è dunque radicato nella produzione, troppo piccola e povera per sfornare “blockbuster” competitivi con quelli americani, troppo snob per investire nel cinema indipendente e in autori giovani. Ricalcando ciò che è accaduto per il prodotto televisivo, il risultato è imbarazzante: film provinciali fanno staffetta con pellicole mediocri (alla Vanzina per intenderci) studiate per intrattenere  un pubblico di bocca buona e poco  cinematografico. In questo panorama, ammirevole è la scelta produttiva del bravo Alex Infascelli. Autore particolare, dalla forte personalità stilistica, aveva già dimostrato nei precedenti lavori (Almost blue, Il siero delle vanità) di possederetecnica e sensibilità cinematografica.
Oggi, scrive e dirige un film anomalo, che non prevede un uscita in sala ma una distribuzione mirata direttamente in dvd, legata al gruppo editoriale dell’Espresso. Un film slegato da una politica produttiva classica e ormai obsoleta, che permette al suo autore una totale libertà esecutiva. Visionario, a tratti delirante, H2Odio cresce e si articola attorno ad una vicenda scura e morbosa, immerso in una follia disperata e una continua rincorsa al non sense a metà tra il cinema di Chronenberg e quello di Lynch. Infascelli risparmia sui dialoghi per dedicarsi da buon 

pittore di cinema alle allegorie come uniche fonti di comunicazione/comprensione. La vivacità stilistica e le suggestive musiche di Steve Von Till, contribuiscono a delineare un clima di malessere sapientemente dilatato per tutta la pellicola che, dopo i primi cinque minuti si dipana nella rappresentazione di un incubo, affascinante e morboso. Un film probabilmente imperfetto, con immagini a volte eccessive, alcuni riferimenti evidenti ed un finale intriso di filosofia che si raccorda in modo non troppo originale al tema fulcro di tanto cinema di genere (da Psyco in avanti) scardinando negli ultimi minuti la prospettiva narrativa fino a quel momento  accettata come reale sostituendola con una nuova struttura, giustificata dall’inserimento di una duplice personalità psicologica del personaggio. Un escamotage dialettico sempre funzionale, ma non certo nuovo, che in linea di massima permette di folleggiare per tutto il film senza preoccuparsi di alcuna coerenza, sventolando nel finale come punto di forza la spiegazione psicologica razionale. Ma proprio questo limite permette ad Infascelli (che evidentemente non è interessato ad approfondire l’aspetto logico) di affrontare, sperimentare e raggiungere una poetica totalmente inedita per il nostro modo di vivere il cinema: la celebrazione dell’immagine. L’attenzione dello spettatore è cosi immersa nell’esperienza visiva svincolata dal contenuto e dall’invadente preoccupazione di dover comprendere il significato letterale più di  quello filmico.
Cullarsi nelle  immagini come piacere supremo.
Per questo, senza troppe domande, si è sedotti dal film.
Per questo bisogna essere grati ad Infascelli.

di Enrico Bonino